Walmart abbandona la DEI. E mette alla prova la credibilità del capitalismo woke

Brutte notizie dagli Stati Uniti: Walmart abbandona le politiche DEI (diversità, equità, inclusione). Walmart non è la prima a ritirare gli impegni DEI ma, con 2,1 milioni di dipendenti nel mondo e $650 miliardi di fatturato, è la più grande azienda a fare un passo indietro.
Il contesto politico americano attuale, caratterizzato da una crescente ostilità verso le politiche di diversità e inclusione, ha spinto Walmart a rivedere la propria posizione. Lo stesso Trump ha apertamente criticato questi programmi, ça va sans dire, creando un clima (s)favorevole a decisioni come quella presa dal gigante della distribuzione. La tendenza a ridurre o eliminare gli sforzi sulle iniziative DEI è dovuta a una combinazione di fattori che comprendono preoccupazioni individuali e ideologie politiche conservatrici. Inoltre, si sta sempre più affermando un movimento “anti-woke”, basato su critiche come cancel culture, ideologie di genere e relativismo morale.
Un contribuito importante al dibattito è arrivato da Carl Rhodes, che con il suo libro Woke Capitalism (Capitalismo Woke – Fazi Editore, 9/2023) ha offerto una prospettiva tagliente sull’argomento. Per Rhodes, l’attivismo aziendale esiste solo per migliorare la reputazione dei brand e massimizzare i profitti delle imprese, arrivando a definire il fenomeno woke una minaccia alla democrazia. Il libro offre spunti di riflessione molto interessanti, anche se ho trovato fuorviante, ad esempio, l’assunto per cui sarebbe immorale trarre un vantaggio economico integrando obiettivi sociali nel business.
Torniamo a Walmart. L'azienda ha deciso di interrompere il finanziamento da $100 milioni al Center for Racial Equity, eliminare i corsi di formazione DEI, rimuovere i prodotti LGBTQ+ dagli scaffali, smettere di condividere dati sulla diversità con la Human Rights Campaign. Premesso che colossi come Walmart operano in un contesto complesso e che le loro decisioni sono influenzate da molteplici fattori, la sua scelta rappresenta un clamoroso arretramento sui diritti e un segnale negativo per la società. Questo dietrofront rischia di vanificare il precedente impegno dell'azienda e alimenta il sospetto che molti programmi DEI siano espedienti di marketing mascherati da impegno per il cambiamento.
Un'azienda realmente impegnata a favore di cause sociali dovrebbe avere la perseveranza di attuare la propria visione, respingendo pressioni politiche che ne compromettano l'autonomia strategica. È questo che fa da spartiacque tra dichiarazioni accattivanti (o programmi di facciata) e costruzione di valore sociale integrato nella strategia aziendale. Quando le aziende e i loro brand si battono realmente per il bene comune non devono temere alcun attacco. Forse dovremmo davvero “svegliarci” e capire una volta per tutte che le imprese hanno un nuovo ruolo: agire a favore del progresso sociale.


