Lavorare più del normale è necessario per competere o alimenta solo il burnout?

24 novembre 2024
Kotler, mentalità da dipendente

L’era di chi ha una «mentalità da dipendente» in base alla quale vuole limitarsi a lavorare dalle 9 alle 17 e solo nei giorni feriali, attenersi rigidamente alle mansioni previste dal suo profilo e non dare ulteriori contributi sta volgendo al termine.

Non è una mia opinione. È estratta da un libro di Philip Kotler che ho iniziato a leggere. Più precisamente di Kotler, Kartajaya, Den Huan e Mussry, che si intitola Il nuovo marketing imprenditoriale (Hoepli, 2/2024). Gli autori l’hanno inclusa nel primo capitolo, dove illustrano il modello Omnihouse e analizzano «alcune tra le più comuni zone cieche del marketing», ovvero:
➡️ Ignorare il macroambiente
➡️ Disallineamento tra le aree Marketing e Finanza
➡️ Rapporto disarmonico tra le aree Marketing e Vendite
➡️ Scarsa integrazione tra marketing online e offline
➡️ Mancanza di umanità nel marketing
➡️ Sottovalutazione del capitale umano

In quest’ultima zona cieca, accennando al processo di reclutamento di nuovo personale, gli autori hanno riportato il testo nell’immagine. Quando l’ho letto, sono rimasto incuriosito. L’ho trovato controcorrente, quasi politicamente scorretto per i tempi del wellbeing in cui viviamo. Gli autori promuovono un profilo di marketer caratterizzato da un alto livello di coinvolgimento e da una continua ricerca di innovazione, che si traduce in una capacità di anticipare i cambiamenti e di adattarsi a nuovi scenari di mercato. Tuttavia, è innegabile che un simile messaggio possa trasferire l’idea di un elogio del lavoro compulsivo, privo di equilibrio vita-lavoro e potenzialmente in grado di alimentare un ambiente lavorativo tossico. Soprattutto se a riceverlo non sono manager della C-suite ma giovani alle prime esperienze.

Personalmente, sostengo l’approccio riportato nella frase. Per me sarebbe impensabile staccare tutti i giorni alle cinque in punto e limitarmi a uno specifico compito senza prendere alcuna iniziativa. Amo il mio lavoro e – forse perché l’amore è irrazionale – mi capita qualche volta di lavorare di sera o durante il weekend. L’importante è non diventare dipendenti dal lavoro e riuscire a ritagliarsi degli spazi personali. Per questo, comprendo la frase del libro e ne condivido la mentalità. Non giudico però chi la pensa diversamente e, anzi, sono qui per confrontarmi sull’opportunità o meno di accettare e seguire la filosofia del capitale umano kotleriana.

Premettendo che le situazioni possono variare sensibilmente a seconda del settore, dell'azienda e del ruolo, mi chiedo e giro la domanda a voi che lavorate (non solo) nel marketing: quello definito nel libro di Philip Kotler è un approccio al lavoro negativo che favorisce stress, burnout e workaholism? O è un atteggiamento necessario per non indebolire la capacità competitiva delle aziende? È possibile essere persone appagate e serene pur lavorando oltre il tradizionale orario d'ufficio con una concezione «imprenditoriale»?

Nicola Di Francesco
Nicola Di Francesco
Brand Strategy Advisor

Lavoro con CEO e CMO per costruire brand distintivi, coerenti nel tempo e capaci di generare valore economico.