L'espresso italiano vive di reputazione

Sì, auguri. Trovare un buon caffè nei bar e nei ristoranti italiani non è affatto scontato. Ditelo all’80% dei turisti che, in visita in Italia, cercano un’esperienza autentica legata al caffè. A chi di voi non è mai capitato di bere un espresso bruciato? Io, pur non arrivando alle venti tazze al giorno di David Lynch, ci sto attento e sono anche piuttosto esigente. L’aspetto paradossale è che non è una questione di prezzo: puoi pagare di più un espresso scadente che uno ben fatto.
❓ Espresso mediocre: perché ci siamo abituati?
➡️ Percezione e cultura
Tanti si credono esperti, ma pochi sanno davvero riconoscere un buon espresso (overconfidence bias); l’italianità è scambiata per garanzia automatica (country-of-origin effect), mentre il patriottismo acritico offusca ogni analisi oggettiva; il caffè si consuma per abitudine, come se uno valesse l’altro, e manca una grammatica condivisa per distinguere buono da meno buono.
➡️ Economia e mercato
L’espresso è inchiodato a un prezzo psicologico basso che penalizza la qualità; il prezzo non riflette il valore; chi lavora bene non viene premiato; la filiera opera sul margine con miscele scadenti. Con i prezzi all’origine ai massimi, molti locali tendono ad abbassare ulteriormente la qualità scegliendo miscele più economiche.
➡️ Dietro la macchina
La formazione è carente: chi è alla macchina, spesso, non è un professionista ma un autodidatta improvvisato. Macinatura sbagliata, attrezzatura sporca, campane unte, acqua stantia: così l’espresso diventa un orrore in tazzina. I sistemi di valutazione non esistono e i clienti continuano ad accettare un livello mediocre come se fosse inevitabile.
❓Quanto vale il mercato?
Il comparto globale del caffè torrefatto è valutato circa €111 miliardi e in Italia si consumano 95 milioni di tazzine al giorno (Pambianco, 2022), per un giro d'affari da €7 miliardi (Il Sole 24 Ore, 2024). Il valore reale del consumo fuori casa potrebbe essere più alto, considerando una quota di vendite non scontrinate.
❓ Tre spunti da cui partire?
1️⃣ Una certificazione strutturata che attesti il rispetto di standard minimi sull’espresso (miscela, tecniche, formazione).
2️⃣ Prezzi differenziati per qualità diverse, ma preservando il caffè come rito sociale e democratico.
3️⃣ Una piattaforma verticale e riconosciuta per recensire solo il caffè – dove i clienti possano orientarsi, e chi lavora bene emerga. Un «EspressoCheck» per i consumatori, utile anche a costruire cultura.
☕️ Epilogo ristretto
L’Italia ha inventato l’espresso e lo ha reso rituale quotidiano e simbolo nazionale. Ma forse ci siamo cullati sull’idea che questo basti a garantirci eccellenza eterna, mentre all'estero la cultura dello specialty ha spinto una rivoluzione silenziosa del caffè. Il punto, in fondo, non è nemmeno il caffè. È il riflesso di un atteggiamento diffuso: all’autocritica preferiamo l’autocompiacimento. Senza accorgerci che questo potrebbe essere il nostro vero limite nel competere come Paese.


