I «pervert glasses» stanno diventando pericolosi. Anche per Meta

Non amo l'attivismo ideologico né l'apologia tech, ma quando il risultato creativo e culturale è questo, be', parliamone.
A Londra sono comparsi dei poster con il volto di Jeffrey Epstein e il claim «Occhiali per chi non chiede il consenso». Chiaramente, non c'è nessun accordo con JCDecaux e nessuna autorizzazione. È un'azione di subvertising firmata dal collettivo Everyone Hates Elon. Un efficace détournement con cui gli attivisti hanno clonato il layout di una vera campagna Meta con Kylie Jenner, rovesciandone il significato attraverso il nuovo «testimonial» Epstein e ottenendo earned media su scala globale.
Anche uno smartphone permette di riprendere in modo discreto, ma il gesto rimane socialmente riconoscibile. Con gli smart glasses è tutto più subdolo e «perverso». È voyeurismo incorporato nel modello di business, usando le parole dell'Observer. Una minaccia reputazionale anche per Ray-Ban, che in questa alleanza da un lato assorbe coolness, dall'altro viene marchiata dalla lettera scarlatta «pervert glasses».
Spopolano contenuti Instagram e TikTok nei quali creator e aspiranti tali usano gli smart glasses per registrare in soggettiva ignari individui e poi li sbattono sui social per deriderli o acchiappare like. Uno studio dell'Università di Sydney ha analizzato 350 video simili, classificando il 60% come molestia potenziale e il 43% con abusi nei commenti, in alcuni casi con dati sensibili rivelati pubblicamente.
Poco importa se Meta segnala le riprese con un piccolo led sulla montatura e ha aggiunto un aggiornamento che disattiva la fotocamera se il led viene manomesso. Sono palliativi deboli: la luce led è difficile da notare in pieno giorno e l'aggiornamento anti-manomissione si aggira con una modifica al circuito interno. C’è anche un beneficio reale – l'accessibilità per persone non vedenti – che non risolve però il problema strutturale del consenso. Questi occhiali non si limitano a registrare ma in futuro potrebbero analizzare quello che inquadrano e riconoscere persone.
Finché la legislazione non si mette al passo con la tecnologia e non ne regolamenta l'uso negli spazi pubblici, dobbiamo convivere in uno scenario di sorveglianza reciproca e preoccuparci per la sicurezza personale (soprattutto delle donne). Ma l'aspetto più inquietante è che gli smart glasses stanno riconfigurando lo spazio pubblico. La possibilità che chi guarda stia anche registrando alimenta il sospetto e mette in crisi la fiducia sociale. Sostare, sedersi, osservare. Comportamenti spontanei messi in discussione da una montatura acetata. Un bar, una fermata dell'autobus, una strada erano luoghi autentici da vivere e dove interagire tra umani. Stanno diventando spazi da attraversare in fretta con lo sguardo dritto. Torneremo mai a guardarci negli occhi?


