Nike, Sinner e le implicazioni dell'AI per i brand

20 maggio 2026 · 3 minuti di lettura
Nike, Sinner and copy AI

Avrete già visto questa immagine. In tanti hanno criticato il testo del post celebrativo di Nike dedicato a Jannik Sinner dopo la vittoria a Roma. Sono piovuti sberleffi e perfino insulti perché Nike avrebbe palesemente usato l’AI per scrivere questo copy. Per molti, la struttura cliché «Non è X, è Y», insieme al trattino, sarebbe la prova che inchioda Nike.

Non abbiamo alcun elemento per dirlo con certezza. Anzi, il gioco «history / his story» è piuttosto raffinato e potrebbe benissimo essere stato pensato da un copywriter in carne e ossa. Quanto al classico schema antitetico «Non è X, è Y», esiste da secoli nella retorica e nella pubblicità.

Quello che sta accadendo è che alcuni pattern di scrittura associati all’AI vengono ormai percepiti come segnali di artificialità. Al primo accenno di struttura binaria, al primo inciso, alla prima frase curata, arriva la sentenza: AI. A volte la sensazione di artificiosità è inequivocabile. Altre volte, però, potrebbe semplicemente essere il risultato di attenzione, mestiere e rigore stilistico. Forse è quello che è successo a Nike.

L’attribuzione preventiva di artificialità a Nike è una buona occasione per sottolineare quanto possa essere delicato l’uso dell’AI generativa per i brand. Se stai spiegando un prodotto, semplificando dati o scrivendo copy transazionali, l’AI si integra con pochi rischi. Quando invece bisogna argomentare un punto di vista, scrivere con creatività, interpretare emozioni e rappresentare l’identità del brand, il discorso si complica.

La ricerca va in questa direzione. Uno studio pubblicato nel 2024 sul Journal of Retailing and Consumer Services racconta che i brand che usano GenAI per creare contenuti social vengono percepiti come meno autentici e meno credibili. Un altro, appena uscito sul Journal of Consumer Research, mostra che le etichette «made with AI» riducono l’engagement e la connessione parasociale perché abbassano il senso di genuinità dietro al contenuto. Il danno reputazionale aumenta quando l’AI prende il posto dell’autore nelle funzioni più emotive e relazionali della comunicazione, mentre si riduce quando l’AI assiste su contenuti più informativi e operativi.

L’AI è poi molto rischiosa quando produce immagini o video in categorie ad alto valore simbolico, come moda e lusso, dove le variabili psicologiche e sociali sono più complesse. Si pensi al caso di Valentino dello scorso dicembre, quando un video realizzato con AI per promuovere la borsa Vain scatenò reazioni feroci: una scelta di efficienza distonica rispetto alla promessa di marca.

La sintesi è semplice. Se credete di poter costruire un brand rendendolo rilevante attraverso la voce di ChatGPT e una comunicazione automatizzata, redimetevi finché siete in tempo. L'AI funziona al suo meglio non quando ci sostituisce ma quando amplifica l'intelligenza umana.

Nicola Di Francesco
Nicola Di Francesco
Brand Strategy Advisor

Aiuto CEO e CMO a costruire brand distintivi che generano valore.