Blockbuster: una fine che si poteva evitare?

Blockbuster: una fine che si poteva evitare?


Era una notizia già nota da quando nel giugno scorso era stata posta in liquidazione ma è di ieri l’addio ufficiale: Blockbuster Italia ha abbassato l’ultima saracinesca e non esiste più. Aprendo la home page di quello che resta del sito blockbuster.it, una vena malinconica pervade il lettore durante le brevi parole di congedo: «L’avventura di Blockbuster Italia finisce qui. È stato per noi un piacere divertirvi o semplicemente tenervi compagnia in questi 18 anni». Diciotto anni, iniziati nel 1994 (joint venture con Fininvest), nei quali un’intera generazione è cresciuta e si è sviluppata con i fotogrammi delle pellicole distribuite da quello che fu un global brand di portata quasi mitica. Anni di ricordi che in qualche modo vengono incrinati: una marca a cui siamo affezionati è sparita per sempre. Chiunque oggi tra i trenta e i quarant’anni ha trascorso decine di serate dopo aver scelto “il film da noleggiare”; tantissimi in quella fascia d’età hanno posto l’aut aut ludicoad amici o fidanzati pronunciando una frase simile: “cinema o Blockbuster?”. Oggi rimangono, appunto, teneri ricordi di periodi spensierati ma non più l’azienda che solo qualche tempo fa prosperava senza timore. Già, forse è proprio la tranquillità del leader che gli ha giocato un brutto scherzo: Blockbuster non ha saputo cogliere i segnali di cambiamento e ha reagito quando era già in coma. Che il mondo dell’entertainment stava cambiando non era poi una conclusione difficile cui giungere per gli addetti ai lavori. L’ascesa di Internet, la pirateria informatica e le rapide evoluzioni dell’offerta (Netflix in U.S. ha fatto da spartiacque tra distribuzione classica e noleggio online) hanno preso in contropiede Blockbuster. Personalmente, sono rimasto sorpreso di come sia stato lasciato morire il celebre marchio. A parte qualche tattico co-marketing per legare alla visione il momento di consumo alimentare e poco altro, non mi viene in mente nessun cambiamento di rotta importante. Il che sembra incredibile considerato l’ampio spazio di manovra a disposizione per riposizionare la società. Si poteva da tempo percorrere naturalmente la strada della distribuzione online; e si poteva estendere la marca in nuovi territori.
Un’operazione, poi, che sarebbe risultata innata per il brand poiché la parola “blockbuster” (sorvolando sull’etimologia militare) indica un contenuto di grande successo in tutti gli ambiti culturali. Insomma, una volta compreso che il modello di business nativo non era più sostenibile, si sarebbe potuto provare a vendere libri, musica, teatro, fotografia, eccetera entrando in competizione con i giganti dell’entertainment. Sicuramente un mercato complesso (basta osservare la crisi di Fnac) ma comunque fertile se integrato efficacemente con l’offerta web. Ma allora, doveva proprio finire così male?
Questo caso, oltre al momento amarcord, ci lascia un messaggio. Ogni marca, qualunque, anche un big player, se non muta e si modifica in linea con l’attualità socioculturale e non dialoga secondo il linguaggio dello Zeitgeist, è destinata a soccombere nel mercato contemporaneo.

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